Iran: la trappola dell’Impero tribale

Petrolio, petrodollaro e rotte imperiali: perché il Medio Oriente non si capisce senza la base materiale.

L’Iran non è una nazione moderna che ha ricevuto l’islam dall’esterno: è un impero millenario — achemenide, partico, sasanide — che ha assorbito l’islam ri-declinandolo a propria immagine. L’adozione dello sciismo come religione di Stato, formalizzata dai Safavidi nel Cinquecento, è il gesto fondativo: gli sciiti si riconoscono negli eredi diretti del Profeta, la linea di Ali, contro il califfato sunnita che rappresenta l’altro centro di controllo e diffusione dell’islam. La scelta non è solo teologica: è geopolitica. Lo sciismo diventa il marchio che distingue l’impero persiano dal mondo arabo-sunnita circostante. L’Iran non è un paese che ha una religione: è un impero che ha usato una religione come infrastruttura identitaria — prima lo zoroastrismo, poi lo sciismo. Cambia il contenuto, la funzione resta: tenere insieme un mosaico di popoli sotto un centro di comando. Due eventi ridisegnano il Medio Oriente nel Novecento: la dissoluzione dell’Impero Ottomano, che apre il campo all’intervento franco-britannico, e la scoperta del petrolio, che trasforma la base materiale dell’intera regione. In Iran come in tutto il Medio Oriente il meccanismo di governo poggia sulla struttura tribale — che non significa affatto arretratezza: la tribù è la forma storica del welfare, il sistema di protezione reciproca, l’intelligenza collettiva di comunità che si autogovernano. Il capo di Stato — monarca, presidente o guida suprema — concentra su di sé il controllo religioso, politico, economico, giuridico e militare non perché la società sia primitiva, ma perché in una struttura tribale il vertice deve mediare tra clan, etnie e territori tenendo insieme un sistema di obblighi reciproci. Il petrolio ha reso questi equilibri instabili. Il Khuzestan arabo produce oltre il novanta percento del petrolio iraniano in condizioni di povertà e inquinamento. Il Sistan-Baluchistan ha il quarantaquattro percento di povertà. La mappa della rendita e la mappa dell’esclusione si sovrappongono. L’Occidente sfrutta queste fratture: il colpo di Stato contro Mossadeq nel 1953 è il caso esemplare. Per l’impero americano l’Iran pone due problemi strategici: il petrodollaro — il sistema per cui il petrolio si scambia in dollari è un pilastro della supremazia finanziaria USA, e ogni produttore che minaccia di uscirne diventa un problema sistemico — e il controllo delle rotte, con lo Stretto di Hormuz da cui transita un quinto del greggio mondiale. La rete di basi americane nel Golfo — Bahrain, Qatar, Kuwait, Emirati — disegna un anello che non ha nulla di difensivo: è un dispositivo di pressione permanente. La rete di basi americane nel Golfo non ha nulla di difensivo: è un dispositivo di pressione permanente. Chi vuole capire l’Iran deve tenere insieme questi tre piani: la struttura imperiale millenaria, il petrolio che ha trasformato i rapporti di forza interni, e la pressione geopolitica esterna che sfrutta le fratture per impedire qualsiasi assetto che sfugga al controllo. Nel prossimo numero vedremo come questa struttura rende inapplicabili le categorie con cui l’Occidente pretende di leggere quella società.

CdR – Antonio Savino

Sopra – antico Impero persiano circa 500a.C. Sotto – cartina recente

Continua con l’uscita del prossimo numero

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