Autocensura e militanza nella canzone di oggi

Nel 1973 gli Area pubblicavano, grazie alla Cramps di Gianni Sassi, il primo disco “Arbeith Match Frei” (Il Lavoro rende Liberi), citando l’insegna all’ingresso di vari campi di concentramento nazisti. Sul retro copertina del disco, il chitarrista Tofani indossava una Kefiah palestinese e a terra, oltre ad una pistola di cartone contenuta nello stesso disco, c’erano i simboli della Falce e del Martello.Per Gianni Sassi, ideatore delle grafiche e dei testi del disco, l’arte era intesa come attività sociale rivoluzionaria e, nella convinzione della non separazione tra arte e vita, considerata strumento indispensabile per demolire l’ordine vigente. C’era la volontà di intervenire sulla realtà interloquendo con il crescente movimento del proletariato giovanile, creando un’avanguardia PER il proletariato giovanile.Con il brano “Luglio, agosto, settembre (nero)”, il cui titolo richiamava l’allora recente tragedia del sequestro e uccisione da parte di un commando palestinese chiamato “Settembre nero”, di un gruppo di atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del ’72, gli Area si riferivano alla delicata situazione palestinese e a come le vittime dell’olocausto nazista (NdA. gli ebrei sionisti) fossero a loro volta carnefici, in un ribaltamento dei ruoli della storia che pare non salvarci dagli insegnamenti della storia.Oggi un disco come quello degli Area verrebbe etichettato come antisemita e probabilmente seppellito ancor prima sul nascere non solo dagli editori ma dagli stessi artisti attraverso una vera e propria autocensura che agisce prima della censura stessa.L’artista per evitare la gogna mediatica, si spoglia quindi del suo ruolo sociale anti-sistemico e evita di trattare tematiche scomode, ponendosi al di fuori della storia e dell’attualità.La cartina tornasole è il genocidio in mondovisione del popolo Palestinese. Gli artisti, anzichè formare un fronte comune di dissenso per incalzare la classe politica e smuovere le masse, se ne sono stati zitti e buoni fino a giugno 2025, due anni dopo l’inizio del massacro, dopo 40mila morti palestinesi e in seguito allo sdoganamento della questione grazie alla Global Sumud Flotilla. Va ricordato come diversamente, nel caso della guerra russo-ucraina, i palchi si sono immediatamente colorati di giallo-azzurro.Senza cadere in giochi di tifoserie, si evince come l’artista viene allo scoperto solo quando il palcoscenico mediatico lo consente, sia nelle tempistiche sia nelle posizioni da assumere. In questo richiamo della coscienza di massa a comando, gli artisti diventano, volenti o nolenti, cani da guardia del potere.Ma cosa è successo dal primo disco degli Area ad oggi?Sul finire degli anni ’70, la lotta era palpabile, la violenza visibile nelle strade, i carro armati sfilavano nelle vie universitarie di Bologna; l’impegno politico di molti artisti era quasi un diktat: prova ne è il caso Alan Sorrenti che nel ’77 pubblicò “Figli delle Stelle”, brano che si inseriva nella cosiddetta Febbre Del Sabato Sera anticipatrice degli anni ’80. Per questo fu ostracizzato da molti colleghi che videro in quel cambio di passo un tradimento dell’impegno politico. Oggi, al contrario, la canzone è spogliata dei suoi contenuti politici anti-sistema, diventando innocua e totalmente imbonita. Nonostante la militarizzazione galoppante della società, il genocidio palestinese in atto, la corsa al riarmo e una nuova guerra imperialista sullo scacchiere del mondo, i cantautori cantano di altro.Ma se la musica non è solo politica è anche politica. L’artista, data l’urgenza dei tempi, è chiamato a restituire alla canzone quella dimensione sociale e politica che pare perduta, ma senza abbaiare a comando su tematiche sdoganate quali il cambiamento climatico (sparito improvvisamente dai radar televisivi ora che la guerra ha preso banco) o il femminicidio per fare solo due esempi. Vien da chiedere agli artisti che hanno indossato la maglietta con scritto “mi vergogno di essere uomo” a seguito del femminicidio di Giulia Cecchettin: non era forse femminicidio di Stato quello sulle donne civili a Gaza?Tornando alla domanda su cosa è successo in questi anni alla canzone, vien da rispondere che la canzone ha assunto quel ruolo sociale di cui parlava Lucio Dalla in un’intervista del 2009, in merito a programmi quali XFactor, Amici… definiti come “eroina in un occhio”. La musica oggi contribuisce allo stordimento di massa e la canzone si inserisce in quel sistema di propaganda che mira a creare una società imbambolata, priva di pensiero critico verso l’attualità.La musica, che non è mai priva di un aspetto sociale e culturale, assume nel suo essere innocua e totalmente mercificata, un ruolo conservatore e funzionale al sistema stesso.Nella stessa intervista Dalla proseguiva così: “il giovane deve essere un giovane quieto, benpensante, e rincoglionito….il potere, per farlo così, ha bisogno di stordirlo perchè non lo vuole più un fenomeno reattivo…i giovani non devono pensare perchè siano schiavi fin dall’inizio”.Ora va sottolineato come negli artisti oggi, tranne rare eccezioni, prevale un atteggiamento di omertà. Lo stesso Gali, nel dopo Festival di Sanremo 2024, parlando del genocidio palestinese disse: “gli artisti non parlano perchè hanno paura di perdere qualcosa e questo non è normale”. Si alzò un tale polverone che Carlo Conti risolse nell’edizione successiva del Festival annunciando come non ci sarebbero state canzoni a sfondo politico: praticamente una censura applicata in forma di autocensura preventiva.Il perdere qualcosa è ciò che oggi è entrato nella testa dei cantautori che si autocensurano per paura appunto di perdere ingaggi, followers o finire massacrati mediaticamente attraverso varie etichette ad uso e consumo della propaganda (propal, filorusso, antisemita, novax etc….). Ma perdere il coraggio significa perdere lo status di artista. L’arte viene prima del profitto, delle prime pagine sui tabloid o delle sfilate sul red carpet. Per cui questa paura non è giustificata, anzi l’accusa è quella di ignavia.Chi invece parla lo fa a briglie sciolte solo se a braccetto con la propaganda. Spesso anche in malo modo, soprattutto per chi appartiene alla generazione dei cantautori reduci dagli anni ’70. E’ così che un Roberto Vecchioni nel 2025, sul palco della Manifestazione per l’Europa organizzata da Michele Serra di Repubblica in Piazza del Popolo a Roma (finanziata dal Comune di Roma, va ricordato), in un clima da toni bellicisti da pre prima guerra mondiale (“si vis pacem, para bellum” / se vuoi la pace preparati alla guerra), disse: “noi (NdA l’Europa compresa anche l’Inghilterra nonostante la Brexit), abbiamo Spinoza, Shakespeare, Pirandello..(l’elenco continua con una serie di esponenti della cultura europea) e gli altri cosa hanno?”.

Un tale proclama è humus fertile per un nuovo suprematismo culturale da Destino Manifesto: noi siamo la culla della civiltà e dobbiamo difenderci, con il riarmo, dalle aggressioni di orde di barbari selvaggi.Per concludere questa breve riflessione che merita un discorso più ampio aggiungo due ultime cose.Se la musica (e l’arte in generale) non torna ad assumere il suo ruolo anti-sistema e a diventare di nuovo militante, la battaglia anti-imperialista sarà persa anche in questo campo e ci troveremo nuovamente in trincea. La musica deve affiancarsi all’informazione alternativa che da sola non basta a smuovere le coscienze di massa!C’è ancora (termine che andrebbe definito meglio in altra sede) la “musica di protesta”? Certamente, ma questa non viene esaltata ne dai media (le radio indipendenti sono sparite) ne dagli stessi artisti che mettono la testa sotto la sabbia.Per creare una nuova coscienza collettiva che si opponga alla nuova guerra imperialista, per smuovere un reparto culturale anestetizzato e privato di contenuti, forse perchè privato da una visione futura (quel “there’s no alternative” al capitalismo come disse la Thatcher), c’è bisogno anche della canzone.Nel mentre si aspetta il risveglio di artisti che tornino ad assumere non il coraggio ma semplicemente il proprio ruolo, oltre al genocidio dei gasawi, in Cisgiordania i coloni sionisti continuano con la pulizia etnica dei palestinesi che non hanno, per prendere a prestito le parole di Vecchioni, i vari Pirandello, Spinoza, Shakespeare a difenderli.

CdR – Christian Frosio

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