Nel triennio ‘89-’91 si chiude un’epoca storica: la Russia implode non riuscendo ad agganciarsi ed essere “competitiva” nel ciclo liberista mondiale del mercato, crolla il muro di Berlino, la Germania può ri-unificarsi trascinandosi dietro altri Paesi europei. Gli USA rimangono l’unica potenza di stazza mondiale, soprattutto nel campo militare. Tutta la zona d’influenza ex URSS và in subbuglio, il “sogno Europa” attrae, vecchi accordi scricchiolano: la Nato avanza verso la Russia. La Cina si sviluppa, grazie anche ad un mercato interno di merci (compresa la merce forza-lavoro) immenso, cosi anche le “tigri asiatiche” e ciò che già si intravedeva negli anni ‘80 si compie: il mondo multipolare (che non è una posizione politica ma una fase economica) si palesa nell’ineguale sviluppo economico mondiale.Due settori però sono nuovi ed essenziali rispetto al ‘900 per definirsi potenza imperialista: la finanza speculativa e l’informatizzazione di massa. Non solo uno sviluppo tecnologico produttivo e di controllo ma un cambiamento radicale nella vita delle persone tanto quanto la diffusione della forza del vapore, un cambiamento materiale e ideologico.Il mondo entra nella nuova fase imperialista, fase ultima del capitalismo. I famosi e giusti punti cui riconoscere questa fase andavano compresi non come un processo temporale svoltosi una volta per tutte ( e quindi a cui far seguire la domanda: se era la fase ultima perchè non è caduto il Capitale?) ma come un processo storico-economico che si sarebbe ripresentato al nuovo scoccare dell’ora dell’ultimo stadio dello sviluppo capitalistico. A questi sintomi vanno aggiunti quelli precedentemente detti: finanza speculativa e informatizzazione di massa. La prima è l’unica che può supportare la seconda negli investimenti necessari per la catena di approvvigionamento (energetico, di estrazione di materie prime, fabbriche di manifattura chips, ricerca ecc ecc). La seconda si diffonde velocemente nella massa, ne diviene mezzo “necessario” di vita comune, cambia le regole delle relazioni sociali e di diffusione ideologica, porta il mercato fin dentro il proprio letto prima di addormentarsi, recupera dati statistici di tutti (un domani saranno dati sul “chi sei, cosa fai, cosa credi”), cambia il linguaggio e il modo di comprendere, mistifica il rapporto tra il vero ed il reale ma soprattutto: agisce sul capitale fisso, sui mezzi di circolazione del capitale, sulla posizione del proletariato rispetto alla circolazione del Capitale. Per governare e creare profitto da tutto ciò il Capitale è pronto ad uccidere.Tutto questo si stà dispiegando sotto i nostri occhi. Il multipolarismo, che non è un fattore politico ma principalmente economico, si struttura politicamente in due grandi blocchi principali: Brics e Nato, dove la prima è una struttura in divenire mentre la seconda si stà necessariamente trasformando rispetto a ciò che era. Questo porta a nuove spartizioni geopolitiche ed economiche: nuovi alleati e nemici, nuove sfere d’influenza, nuove materie prime e vie di approvvigionamento, nuovi padroni mondiali e queste “novità”, il capitalismo, le affronta anche con le armi. Ecco la questione in ultima istanza determinante della guerra in Ucraina, a Gaza o nelle rivolte africane. Poteri locali ed internazionali devono essere ridefiniti, soprattutto nei punti di confine tra i due blocchi. Questa, in ultima istanza, la lente con cui leggere i fenomeni mondiali per non leggerli sfuocati e agire di conseguenza, poi incidono i politici, le religioni, i partiti nonchè le filosofie di vita di un popolo.
Tutto ciò ha risvolti nelle ideologie diffuse tra il proletariato e nella formazione di nuove figure proletarie. Usare vecchi schemi tattici politici del ‘900 non và più bene, si rischia di diventare dei “conservatori” sostanzialmente inattivi e senza sviluppo, si perde il contatto con la classe, con i giovani. Il nuovo và capito per potervi agire politicamente. Le nuove tecnologie fanno divenire il virtuale reale, fanno credere che ciò che va bene è palese al di là di ideologie politiche, un algoritmo (due più due quattro) fà così credere di capire meglio ed agire giustamente. L’individualismo arriva ovunque e per 24 ore al giorno. Le grandi fabbriche, con tutti i luoghi di aggregazione ad essa direttamente o indirettamente associati, scompaiono. Rimane qualche grande fabbrica ma per il resto la classe è sparpagliata “verticalmente ed orizzontalmente”. Che fare?Se la privatizzazione dei problemi e delle soluzioni esiste allora dobbiamo andare incontro ai piccoli grandi problemi delle persone, reali o percepiti come tali. Non per assistenzialismo ma per “avere la loro attenzione”, per creare reti di comunità su cui lavorare e che bypassano le tecnologie virtuali nelle quali il lavoro militante sia concreto e si concretizzi insieme a loro, affinchè la frase “uniti si vince” sia vissuta non solo gridata. Da lì partire e discutere del Mondo. Rimane valida l’attività davanti alle grandi fabbriche rimaste. Parallelamente occorre continuare a contattare singoli e gruppi di compagni sapendo che ci troveremo di fronte ad avvilimento, ripiegamento sul lavoro locale o proprio di gruppo, capetti e difesa della propria ditta politica artigianale. Il concreto, i risultati odierni (non solo nè principalmente quelli passati) non basteranno perchè l’ideologia del Capitale arriva ovunque, il disfattismo politico si diffonde, il particolarismo diviene valore teorico dei gruppi, il proprio “IO” politico prevalere sul “NOI”. Tutto questo perchè l’ideologia del Capitale si è diffusa tra i compagni. Occorre una battaglia politica contro questa deriva, anche all’interno dei rispettivi gruppi o cerchia di amici. Un mezzo d’informazione per tutta l’Italia può essere il primo passo politico fattibile e coordinante. Ma non può essere il solito giornale geopolitico intellettualoide, di moralismo politico del bene contro la cricca del male (di religiosa memoria) ma dev’essere d’inchiesta, di lettere operaie, di situazioni e risultati politici territoriali, con analisi certamente ma di dibattito a 360°, che propagandi un “che fare?”. Una posizione d’insieme sulla situazione internazionale, un “Che fare?” che dia risultati nel 2026, un mezzo di informazione che unisca e coordini, che sia veramente di combattimento divenendo tribuno del popolo e del proletariato. Ci sono tanti compagni in Italia che fanno un bel lavoro tra il popolo ed anche singoli e gruppi che iniziano ad avere dubbi sugli slogan che vanno tanto di moda ma che partoriscono dei topolini politici. Generazioni di compagni possono ritrovarsi su un “Che fare?” concreto che si veda esplicarsi nella quotidianità. A questo vi chiediamo di partecipare perchè tutti siete necessari sia che siate soli o dei collettivi. Il tempo stringe ma siamo sicuri che dalla classe, giovani e meno giovani, sapranno svincolarsi dai mille lacci che li legano a sette intellettualoidi, dal pessimismo e dal nullismo politico.
