Il linguaggio dei commons occupa oggi uno spazio centrale nel dibattito pubblico e richiama cooperazione, responsabilità condivisa e cura collettiva delle risorse e degli spazi. La sua diffusione tende però a sovrapporre significati differenti e rende meno chiara la distinzione tra pratiche sociali che svolgono funzioni politiche diverse. La categoria dei beni comuni assume così un carattere sempre più elastico e finisce per comprendere esperienze eterogenee senza mettere a fuoco i rapporti di potere che le percorrono. Nella tradizione dei commons una risorsa acquisisce significato politico attraverso le relazioni sociali che ne regolano l’accesso, il governo e la riproduzione. Acqua, territorio, conoscenza, spazi urbani e servizi diventano beni comuni quando una collettività sviluppa un’effettiva capacità di decisione e di gestione condivisa. Il tratto decisivo riguarda quindi la qualità dei rapporti sociali che si costruiscono intorno alla risorsa.
I regolamenti comunali presentano la partecipazione civica come un ampliamento della democrazia locale attraverso patti di collaborazione e strumenti di amministrazione condivisa che coinvolgono i cittadini nella cura di spazi pubblici, edifici e aree verdi. Queste pratiche producono relazioni concrete e si inseriscono nei processi di riorganizzazione dei servizi e di ridefinizione dell’intervento pubblico. La governance assume quindi un ruolo centrale, poiché la partecipazione coinvolge la cittadinanza attiva insieme alla trasformazione delle funzioni dello Stato locale. La differenza tra beni pubblici e commons riguarda soprattutto la distribuzione del potere decisionale e la possibilità di incidere sull’organizzazione delle risorse sociali. La questione investe quindi l’assetto stesso della decisione politica e la collocazione del potere nella società.La diffusione del linguaggio dei beni comuni nasce dalla capacità di raccogliere consenso intorno a valori come partecipazione e comunità. Questa convergenza rischia tuttavia di spostare l’attenzione dalle questioni della distribuzione della ricchezza, della fiscalità, della rendita e dei rapporti di proprietà che strutturano la società capitalistica. Il consenso simbolico intorno ai commons non coincide necessariamente con una trasformazione dei rapporti materiali. Le analisi dedicate alla governance collaborativa descrivono spesso i commons come forme di auto organizzazione capaci di migliorare efficienza e sostenibilità. I processi contemporanei mostrano invece che tali esperienze si sviluppano in una fase segnata dalla riduzione della spesa pubblica, dall’indebolimento della capacità amministrativa dello Stato, delle Regioni e dei Comuni, insieme al crescente peso dei vincoli economici sulle decisioni politiche. La partecipazione si intreccia così con processi di esternalizzazione delle funzioni sociali verso comunità locali e soggetti associativi, dentro una più ampia crisi dello Stato contemporaneo.La scarsità che caratterizza questo quadro non deriva da condizioni naturali. Essa discende da scelte politiche, priorità di bilancio e modalità di distribuzione della ricchezza che rafforzano le disuguaglianze sociali e territoriali. Anche le pratiche collaborative operano quindi all’interno di rapporti economici già definiti.
CdR – Maria Rosaria Fosforino

